Uno studio offre nuove informazioni sul potenziale dei grandi terremoti di subduzione di generare tsunami, contribuendo a migliorare i sistemi di allerta e le valutazioni della pericolosità
L’impatto limitato dello tsunami generato dal terremoto della Kamčatka del 2025 è legato a specifiche caratteristiche della rottura sismica. È quanto emerge dal nuovo studio “Limited impact of the 2025 Kamchatka tsunami explained by the complex seismic rupture”, pubblicato sulla rivista Communications Earth & Environment di Nature e condotto dal team di ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del CINECA in Italia, dell’Osservatorio Nazionale di Atene (NOA) in Grecia e dell’Università di Malaga in Spagna.
Lo studio nasce dalla necessità di spiegare l’impatto contenuto dello tsunami osservato a grande distanza dalla faglia del terremoto di magnitudo 8.8 del 29 luglio 2025. In prossimità della zona sorgente, lo tsunami del 2025 ha registrato un run up massimo delle onde di 18-19 metri lungo le coste della penisola della Kamčatka e delle isole Kurili, valore comparabile ai 20 metri registrati per lo tsunami del 1952 generato da un evento sismico di magnitudo 8.8-9.0 nella stessa zona. Tuttavia, l'esame delle ampiezze massime delle onde registrate dai mareografi costieri più distanti mostra che l'evento del 1952 ha avuto un impatto generale maggiore nel campo lontano.
Studiando le caratteristiche della rottura sismica del terremoto del 2025, i ricercatori hanno rilevato che la dislocazione della placca, avvenuta principalmente a profondità relativamente elevate all'interno della crosta terrestre e tale da generare una minore deformazione del fondale marino, ha limitato l’energia potenziale iniziale della massa d’acqua spostata e quindi l'impatto dello tsunami a grande distanza dalla sorgente, risultando inferiore rispetto a quello dello tsunami del 1952, data la minore magnitudo. Al contempo, settori di dislocazione a profondità minori, che hanno causato uno spostamento localizzato del fondale marino, spiegano l'impatto analogo tra lo tsunami del 2025 e quello del 1952 nelle vicinanze della zona sorgente.
Il confronto con altri eventi del passato oltre a quello del 1952, come lo tsunami di Maule del 2010 (magnitudo 8.8 al largo delle coste del Cile) e lo tsunami di Nias-Simeulue del 2005 (magnitudo 8.6-8.7 al largo di Sumatra, Indonesia), ha permesso di validare i risultati dello studio.
“L'eccezionale combinazione di dati forniti dalla geodesia terrestre e spaziale, dal monitoraggio dello tsunami in acque profonde e da satellite ha offerto l'opportunità di svelare l'intricata relazione tra le caratteristiche del terremoto, la profondità marina locale e l'impatto dello tsunami sia vicino che lontano dalla sorgente - spiega Stefano Lorito, coordinatore del Centro Allerta Tsunami dell'INGV e primo autore dello studio - Impariamo qualcosa da ogni nuovo evento e questi risultati rappresentano un altro piccolo passo per migliorare le valutazioni future di pericolosità e le allerte tsunami”.
Lo studio evidenzia le sfide che i centri di allerta tsunami devono affrontare per fornire previsioni accurate, a causa delle incertezze legate al meccanismo di generazione dello tsunami e della finestra temporale ridotta disponibile per inviare allerte tempestive alle popolazioni costiere a rischio. Il futuro dell’allerta tsunami passa quindi dalla gestione di questi margini di errore, attraverso una maggiore disponibilità di dati in tempo reale da sensori in acque profonde e satelliti, oltre a una quantificazione sempre più accurata delle incertezze, a supporto dei decisori chiamati ad assumere decisioni basate su livelli di rischio accettabili.
Link allo studio
Link alla versione in inglese
Link utili:
Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV)
Figura - Istantanea della simulazione numerica della propagazione dello tsunami dal modello del terremoto della Kamčatka del 2025 (Lorito et al., Communications Earth & Environment, 2026; https://doi.org/10.1038/s43247-026-04050-5); modellazione dello tsunami effettuata con il codice JAGURS (Baba et al., 2017; https://doi.org/10.1016/j.ocemod.2017.01.002).

