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Un’eruzione ‘insolita’ e inaspettata, certamente diversa da quelle che siamo abituati a vedere sul piccolo e sul grande schermo. Non una altissima fontana di lava come quelle che ci regala l’Etna o che dipingono di fuoco le notti di Stromboli. Non una lingua rossa e incandescente a strisciare sinuosa sul terreno come accade in Islanda, o a lambire i fianchi del vulcano come è accaduto sulla Cumbre Vieja di La Palma, alle Isole Canarie.

L’eruzione del vulcano Hunga Tonga-Hunga Haʻapai, nel regno polinesiano delle Isole Tonga, è stata un’esplosione violentissima, che per giorni ha tagliato fuori dal mondo il piccolo arcipelago e che si è fatta vedere (e sentire) in più punti del pianeta con una nube eruttiva alta trenta chilometri, onde di tsunami, echi di boati fortissimi e shock di pressione atmosferica.

Per saperne di più su cosa è accaduto nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, al largo delle coste australiane e neozelandesi, abbiamo intervistato il vulcanologo dell’INGV Boris Behncke, che ci ha guidati alla scoperta di uno dei vulcani sottomarini più esplosivi al mondo e ci ha raccontato qualcosa di più anche sul Marsili, il gigante nostrano adagiato sul fondale del Mar Tirreno.

Boris, cosa sta succedendo a Tonga? 

fucina1In questo momento sembra stia succedendo poco, nel senso che a giudicare dalle immagini satellitari al momento il vulcano sembra tranquillo. Dopo la violenta eruzione di sabato 15 gennaio ci sono state solamente alcune piccole emissioni di cenere e vapore.

Quindi possiamo dire che l’eruzione si è conclusa? 

Sembrerebbe di sì, almeno per quanto riguarda la fase eruttiva principale, che si è esaurita dopo poche ore dall’evento principale.

Che tipo di vulcano è l’Hunga Tonga-Hunga Haʻapai e che tipo di eruzione è stata quella del 15 gennaio? Come si è sviluppata? 

Beh, per quanto riguarda il contesto geodinamico generale, possiamo iniziare col dire che il vulcano Hunga Tonga-Hunga Haʻapai si trova in una zona di subduzione in cui la placca pacifica si spinge sotto quella australiana, “scivolando” al di sotto di essa. In contesti come questo è particolarmente comune la formazione di edifici vulcanici: si pensi ai tanti arcipelaghi vulcanici presenti nell’Oceano Pacifico o anche alle Isole Eolie, ad esempio. Bene, i vulcani presenti nelle zone di subduzione sono caratterizzati da un magma molto ricco in silice e vapore acqueo, che genera solitamente eruzioni particolarmente esplosive.

Inoltre, l’Hunga Tonga-Hunga Haʻapai è in gran parte un vulcano sommerso: un vulcano caratterizzato da una caldera di circa 5 chilometri di diametro sulla sua cima, ovvero da una grande depressione generata dal collasso di parte del cono vulcanico. Di questa caldera, solo poche e piccole parti del bordo emergono dalle acque del mare. Questo significa che l’eruzione di questo vulcano è avvenuta a contatto diretto con l’acqua marina, aumentando notevolmente la sua esplosività. Si è trattato infatti di un’eruzione molto voluminosa, tra le eruzioni esplosive più grandi al mondo registrate negli ultimi decenni.

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Fin dai primi momenti successivi all’eruzione le autorità di diversi Paesi affacciati su quel settore dell’Oceano Pacifico hanno diramato un’allerta tsunami. Quanti e quali danni sono stati segnalati a seguito dell’arrivo delle onde di maremoto? 

Come sappiamo e come abbiamo visto dalle notizie circolate sin dalle prime ore successive all’eruzione, l’evento ha generato delle onde di tsunami che hanno attraversato tutto l’Oceano Pacifico, raggiungendo, tra le altre, le coste del Giappone e delle Americhe (sia Settentrionale, che Centrale, che del Sud). I danni sono stati ingenti nelle Isole Tonga, almeno a quanto si apprende dalle poche notizie che riescono ad arrivare: un cavo sottomarino per le telecomunicazioni è stato infatti danneggiato dall’eruzione e i primi aerei con rifornimenti e beni di prima necessità sono potuti atterrare sull’isola solamente cinque giorni dopo l’eruzione, a causa dello spesso strato di cenere che ricopriva la pista di atterraggio dell’aeroporto. Si segnalano anche tre morti nelle isole Tonga. Altrove, invece, i danni sono stati fortunatamente molto più leggeri ma si parla, purtroppo, di due vittime in Perù causate proprio dall’onda di maremoto.

L’eruzione ha inoltre generato delle onde sonore che sono state udite fino a migliaia di chilometri di distanza (perfino in Alaska, distante poco meno di 10.000 chilometri dal luogo dell’evento) e un’onda di shock atmosferico, ovvero un’alterazione della pressione atmosferica registrata dai barometri di tutto il mondo.

C’erano stati degli altri episodi a precedere questa eruzione? 

L’ultima eruzione dell’Hunga Tonga-Hunga Haʻapai, decisamente più piccola ma ugualmente spettacolare, risaliva al 2014/2015. Quell’eruzione “creò” l’isola come la conoscevamo fino al 15 gennaio: infatti, come dicevo, di questo vulcano noi vediamo solamente alcuni pezzetti del bordo di una caldera che emergono dalle acque del mare sottoforma di isolotti. Ecco, fino all’eruzione di 7 anni fa, questi isolotti erano due, Hunga Tonga e Hunga Haʻapai. I prodotti eruttati nel 2014 crearono del nuovo “terreno” che arrivò a connettere i due isolotti, dando vita al cono Hunga Tonga-Hunga Haʻapai.

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Nel mese di dicembre 2021 questo cono si è riattivato, facendo crescere ulteriormente l’isola, per poi calmarsi a inizio gennaio 2022. Il 14 gennaio, un giorno prima della grande eruzione, l’attività è ripresa con un’eruzione esplosiva già molto violenta che ha prodotto una nube eruttiva alta circa 20 chilometri e ha distrutto il terreno creato dalle eruzioni degli anni precedenti. Nel pomeriggio del 15 gennaio, orario locale (erano le prime ore dell’alba qui in Italia), l’eruzione maggiore ha distrutto definitivamente quel poco del cono che ancora restava sopra il livello del mare, ripristinando i due isolotti originari e, anzi, rendendoli ancora più piccoli stando a quanto ci restituiscono le nuove immagini satellitari dell’area.

Che sviluppi futuri bisogna presumibilmente aspettarsi da questa eruzione? 

Io dico sempre che dai vulcani bisogna aspettarsi di tutto e di più: che eruttino ancora ma anche che, paradossalmente, si spengano! Tuttavia abbiamo alcune informazioni preliminari derivanti da studi sulla storia eruttiva di questo vulcano che ci dicono che all’incirca ogni 1000 anni l’Hunga Tonga-Hunga Haʻapai produce un’eruzione assimilabile a quella del 15 gennaio. Prima di questa, l’ultima documentata risaliva al tardo Medioevo e, in quel caso, consistette in una serie di diversi eventi esplosivi: per questo motivo ad oggi non possiamo escludere che nel corso dell’attuale attività possano verificarsi altre esplosioni simili. 

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Quali sono i vulcani sottomarini più famosi al mondo? 

Uno dei più famosi per la vulcanologia internazionale è sicuramente il Loihi, il più giovane vulcano delle Isole Hawaii: si trova al largo dell’isola di Hawaii, vicino al vulcano Kilauea e, presumibilmente tra una decina di migliaia di anni, emergerà dal fondale marino (dove oggi giace a una profondità di circa 1000 metri) diventando un’altra isola dell’arcipelago hawaiano.

C’è poi un vulcano 

al largo dell’Oregon, nel settore orientale del Pacifico, l’Axial Seamount, che è l’unico vulcano sottomarino costantemente monitorato. Per la comunità scientifica si tratta proprio di un vulcano-laboratorio, sul quale sono state installate varie reti di monitoraggio multiparametriche (dai sismografi agli strumenti adatti a misurare le deformazioni del suolo) e che viene “visitato” ogni volta che erutta da spedizioni di navi di ricerca che si recano sul posto per prelevare dei campioni da analizzare in laboratorio.

Sull’altro lato del Pacifico, nell’arcipelago delle isole Solomon, ce n’è un altro, il Kavachi, che ogni qualche anno dà origine - con i detriti delle sue eruzioni - a una piccola isola che viene poi rapidamente ‘cancellata’ dall’erosione del mare.

Un po’ come accadde nell’Ottocento con l’Isola Ferdinandea nel Canale di Sicilia…

Esattamente, proprio così, solo che il Kavachi è sempre in attività, mentre la Ferdinandea dopo il 1831 non è mai più riemersa.

Quali sono, quindi, i vulcani sottomarini presenti nel Mediterraneo? 

Ce ne sono diversi, alcuni presumibilmente attivi, come quello che ha formato l’Isola Ferdinandea nel 1831: in questo caso si tratta di un cosiddetto “campo vulcanico” in cui ogni eruzione produce un nuovo conetto e ogni tanto uno di questi piccoli coni spunta fuori dal mare. E poi abbiamo il più famoso, celebre a livello mondiale e non solo nel Mediterraneo, che è il Marsili, la cui cima si trova a circa 500 metri di profondità sotto la superficie del Mar Tirreno, tra la Sicilia e la Calabria.

Ecco, a questo proposito va ricordato come ultimamente si parli spesso, a volte in maniera piuttosto “mitica” e fantasiosa, proprio del Marsili. Ma è verosimile immaginare i nostri mari interessati da scenari come quello cui abbiamo assistito negli ultimi giorni dall’altra parte del mondo? 

fucina1Il Marsili è un vulcano giovane e molto grande, di cui esiste evidenza di eruzioni risalenti anche a pochi millenni fa e di cui è stato detto ripetutamente che potrebbe generare perfino degli tsunami nel caso di collasso di uno dei suoi fianchi. Si tratta però di scenari estremi, che, a livello generale, si verificano molto raramente. 

Ad oggi il Marsili non è costantemente sorvegliato, ma su di esso sono state effettuate varie campagne scientifiche - una nel 2006 - nel corso delle quali sono stati installati diversi strumenti, tra cui dei sismografi sottomarini che ci dicono che questo vulcano è sismicamente attivo, dandoci i tipici segnali di un vulcano “vivo”, non in eruzione ma vivo e potenzialmente attivo.

Tuttavia esistono delle differenze significative con l’Hunga Tonga-Hunga Haʻapai: innazitutto il magma dei due vulcani è diverso, poiché quello del Marsili è un magma basaltico, più fluido, che meno facilmente potrebbe produrre eruzioni tanto esplosive come quelle dell’Hunga Tonga-Hunga Haʻapai, che invece presenta un magma molto più viscoso e molto più ricco in gas. La seconda importante differenza risiede nel fatto che il vulcano di Tonga ha eruttato praticamente al livello del mare, producendo una violentissima interazione tra il magma che si stava frammentando e l’acqua che stava penetrando al suo interno; viceversa, come dicevo, il Marsili giace a 500 metri di profondità, quindi anche un’eventuale eruzione fortemente esplosiva non si farebbe sentire in superficie nella stessa maniera cui abbiamo assistito al largo del Pacifico.


Link all’articolo di approfondimento sul Blog INGVvulcani: https://ingvvulcani.com/2022/01/17/grande-eruzione-vulcano-hunga-tonga-hunga-haapai/