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Quest’anno ricorre il centenario del terremoto della Garfagnana e Lunigiana, l’evento sismico che dal catalogo storico risulta essere il più forte conosciuto a tutt’oggi per l'Appennino settentrionale. Ricordarlo è importante e necessario per mantenere alta l’attenzione sul tema della prevenzione sismica intesa sia come prevenzione strutturale (interventi sulle costruzioni per renderle più sicure all’impatto dei terremoti) sia come educazione al rischio delle popolazioni che vivono in zone sismiche. Per conoscere gli avvenimenti di quel 7 settembre 1920 e dei giorni che lo precedettero abbiamo intervistato Filippo Bernardini, geologo dell’INGV della Sede di Bologna.

Terra Racconta MappaLa seconda metà degli anni dieci del secolo scorso è un periodo complicato per lo Stato italiano, all’epoca ancora relativamente giovane. Cosa accadeva in quegli anni?

Si tratta di un periodo molto difficile per tutta Europa. Erano gli anni della Prima Guerra Mondiale, una guerra pesantissima a cui si aggiunse una tremenda pandemia di influenza spagnola che solo nel nostro Paese fece circa 600.000 vittime. Le popolazioni si trovavano in condizioni precarie e di povertà, ed erano stremate. Come se tutto ciò non fosse già abbastanza drammatico, in Italia in quel periodo si aggiunsero anche i terremoti, a partire da quello catastrofico che nel gennaio 1915 colpì l’Abruzzo con epicentro nella Marsica, provocando oltre 32.000 vittime di cui circa 10.000 nella sola Avezzano, completamente rasa al suolo. Negli anni successivi, dal 1916 al 1920, una serie impressionante di forti eventi sismici interessò l’Appennino settentrionale, colpendo a più riprese un’area estesa dall’Umbria alla Liguria, passando per Toscana, Emilia-Romagna e Marche. Nel 1916, a maggio e agosto, avvennero due scosse di magnitudo 5.8 nel Riminese. Nell’aprile del 1917 fu la volta dell’Alta Valtiberina, colpita da un evento sismico di magnitudo 6. Non andò meglio l’anno successivo con un terremoto di magnitudo 6 nell’Appennino forlivese, e neanche nel 1919 quando il 29 giugno un forte evento di magnitudo 6.3 ebbe gravissimi effetti nel Mugello. Trattandosi di luoghi spesso limitrofi i danneggiamenti subiti da alcuni paesi furono ripetuti. Non era finita: nel settembre del 1920 si sarebbe verificato quello che è considerato l’evento più forte non solo di quella serie di scosse ma anche della storia dell’intero Appennino settentrionale.

Quali furono le caratteristiche della sequenza del settembre del 1920?

La sequenza del settembre 1920 colpì due aree adiacenti situate nell’estremo nord-ovest della Toscana: la Garfagnana, area della provincia di Lucca corrispondente all’alta valle del fiume Serchio compresa tra le Alpi Apuane, a ovest, e l’Appennino settentrionale, a est; la Lunigiana, corrispondente all’area del bacino idrografico del fiume Magra, per lo più in Toscana (provincia di Massa-Carrara) e in misura minore in Liguria (provincia di La Spezia). Queste zone erano ben note alla tradizione sismologica italiana per la loro sismicità, tanto che Mario Baratta già nel 1901 (quindi ben 19 anni prima del terremoto del 1920) le aveva definite “regione sismica bene individuata con parecchi centri attivi”. La sequenza iniziò il giorno 6 settembre con alcune scosse minori. Particolarmente forte fu quella avvertita alle ore 16.05 locali, di magnitudo probabilmente superiore a 5, avvertita in Versilia, a Pisa, Firenze, e fino a Genova e Milano. Ci furono già alcuni lievi danni e molte persone, allarmate, quella notte dormirono fuori dalle proprie case, complice anche il clima mite del periodo. Ciò fu provvidenziale perché la mattina successiva, alle 7:55 locali un fortissimo terremoto di magnitudo pari a 6.5 colpì l’area causando la morte di 171 persone e il ferimento di altre 650, oltre ad alcune migliaia di sfollati. L’evento fu così potente da essere registrato da tutti gli osservatori italiani ed europei dell’epoca. Gli effetti distruttivi si estendevano dalla zona di Fivizzano (MS), in Lunigiana, alla zona di Villa Collemandina (LU), in Alta Garfagnana, dove raggiunsero o superarono il grado IX della scala Mercalli-Cancani-Sieberg - MCS. In alcuni piccoli villaggi montani i massimi effetti toccarono il grado X della scala Mercalli-Cancani-Sieberg (MCS) e gli abitati furono quasi del tutto rasi al suolo.

Di questo terremoto ci sono arrivate molte testimonianze, come mai l’evento suscitò tanto interesse?

In primo luogo perché è un evento relativamente recente, di appena un secolo fa, e a noi sono giunte molte fonti storiche che ne parlano e fotografie che ne raffigurano gli effetti. Ad esempio, le principali testate giornalistiche nazionali, come il Corriere della Sera, La Stampa e giornali toscani come La Nazione o il Telegrafo, esistevano già allora e descrissero accuratamente gli accadimenti di quei tragici giorni. In secondo luogo, quel periodo era caratterizzato da un grande interesse scientifico verso i fenomeni naturali, già in atto da decenni. Nel corso dell’Ottocento erano sorte le prime società geologiche, sismologiche e ambientali finalizzate allo studio degli eventi naturali. Dopo la scossa del 7 settembre 1920 furono molti gli studiosi che si recarono sui luoghi del disastro per documentare sia gli effetti sull’ambiente naturale, come le fratture nel suolo e le numerose frane, sia i danni agli abitati. Una preziosa testimonianza ci arriva da un geologo garfagnino, Carlo De Stefani, che abitava a Pieve Fosciana e si trovava lì in quei giorni. De Stefani descrive minuziosamente come percepisce la scossa del 7 settembre, le direzioni del movimento, le ondulazioni:

Terra Racconta Rovine Fivizzano

 “Una prima fase per intensità del precedente rombo e per lunghezza ed energia delle seguenti vibrazioni ondulatorie fu del tutto identica a quella del pomeriggio precedente [la scossa delle 16:05 del 6 settembre, ndr]. Dopo breve rombo parvemi che le ondulazioni procedessero fra E e O o viceversa, ma ad un tratto seguì come per esplosione un istantaneo impulso sussultorio […] ne seguì a meno di un secondo, lo sfacelo dei camini, delle altane, dei casamenti col rumore relativo. All’impulso tenne dietro un movimento ondulatorio di 10 a 16” più lungo e più intenso del primo periodo, che ritoccò, per così dire, le rovine già avvenute…” 

Dalle sue parole si può presumere che la scossa durò alcune decine di secondi. Queste preziose testimonianze ci permettono di ricostruire abbastanza fedelmente il quadro degli effetti.



Fin dove arrivarono i danneggiamenti di media e lieve entità?

Oltre alle distruzioni in Garfagnana e Lunigiana la scossa causò danni di media e lieve entità in un’area molto vasta, estesa alla Riviera ligure di levante fino a Genova, alla Versilia, alle zone montane del Parmense, del Modenese, del Pistoiese e alla provincia di Pisa. Numerose furono le città dove vennero segnalati danni “minori” come lesioni in diversi edifici, cadute di comignoli e di cornicioni: Pisa, Lucca, Livorno, Viareggio, Massa, Carrara, Pistoia, Genova, La Spezia, Parma, Modena. Si tratta di un’area notevolmente vasta, come d’altronde ci aspettiamo che accada con un terremoto di magnitudo 6.5.

Come furono le operazioni di soccorso?

L’area della Garfagnana e della Lunigiana, morfologicamente montuosa, subì crolli e frane che interruppero la viabilità, all’epoca più precaria di quella attuale. Il sisma, inoltre, aveva reso le linee telegrafiche inutilizzabili. Tutto ciò causò un ritardo nei soccorsi di ore e in alcuni casi anche di giorni. Nonostante tutto il numero delle vittime, 171, sarebbe potuto essere ben più alto: quello che salvò molte persone che avevano dormito in casa fu l’or

ario. In tanti alle 7:55 erano già usciti per lavorare nei campi e negli allevamenti, nelle abitazioni rimanevano per lo più anziani e bambini. E poi, come abbiamo già detto, la scossa del pomeriggio precedente aveva spinto molti a dormire all’aperto.

Quanto durarono le repliche dell’evento sismico?

Le numerose repliche durarono per anni. Il che non deve stupire, perché per un terremoto di magnitudo 6.5 ci possiamo aspettare una sequenza di qualche anno, come accaduto con quella del 2016 che non è ancora del tutto esaurita. In quel caso la magnitudo massima (per l’evento di Norcia del 30 ottobre 2016) è stata analoga a quella del sisma del 1920.

Il terremoto provocò tantissimi danni negli edifici. Che tipo di edilizia caratterizzava i luoghi dell’epicentro?

Nei terremoti appenninici spesso le zone colpite sono aree povere e rurali dove l’edilizia locale è costituita prevalentemente da materiali di costruzione facilmente reperibili in loco. Questi spesso sono costituiti da pietre, prevalentemente ciottoli di fiume stondati e lisci, che quindi non si incassano bene tra loro, tenuti insieme da materiale spesso di scarsa qualità. Le murature di conseguenza risultano fragili e questo favorisce la gravità dei danni in caso di terremoto.

Oggi c’è molta attenzione rispetto al tema della vulnerabilità degli edifici. Le zone della Garfagnana e della Lunigiana sono diventate dei veri e propri laboratori dove già da qualche decennio è stata avviata un’opera di prevenzione attraverso leggi regionali e interventi di adeguamento antisismico. I risultati si sono potuti apprezzare nel giugno 2013, quando un terremoto di magnitudo 5.3 ha colpito l’area tra Fivizzano (MS) e Minucciano (LU), provocando danni molto contenuti rispetto a quelli che ci saremmo potuti aspettare. Questa è sicuramente la strada da percorrere.

Terra Racconta Tende

Nella tua famiglia avete avuto una preziosa testimonianza, quella di tua nonna e di sua sorella. Cosa raccontavano del terremoto? 

Sì, si tratta di una testimonianza che mi ha molto colpito sin da bambino. 

Mia nonna, nata nel 1904, quel settembre si trovava in Versilia, nella zona di Marina di Pietrasanta, per trascorrere l’estate in una casa colonica con la famiglia e altri parenti e amici. Al tempo aveva sedici anni e quello che successe la colpì così tanto che lo raccontò per tutta la vita. Quella mattina del 7 settembre il terremoto sorprese lei e sua sorella a letto, erano quasi le otto del mattino. Si trovavano al piano superiore e nel tentativo di fuggire non riuscivano a percorrere le scale perchè i gradini “scappavano” sotto ai loro piedi e il corrimano “sfuggiva” dalla loro presa. Rimasero terrorizzate dalla forza dell'evento, non era possibile rimanere in piedi. Nei giorni successivi, in spiaggia e in giardino, spesso capitò loro di sentire delle vibrazioni del terreno: si trattava degli aftershock del sisma. 

Ci sono in programma degli eventi in occasione del centenario di questo terremoto?

Sì, il centenario del terremoto del ‘20 è molto importante perché, come abbiamo detto, si tratta del terremoto storicamente e sismologicamente più forte a tutt’oggi conosciuto per l'Appennino settentrionale. Ricordarlo è necessario per mantenere alta l’attenzione sul tema della prevenzione. A tal proposito quest'anno verrà avviato un progetto di incontri con le scuole della Lunigiana e della Garfagnana diretto a insegnanti e ragazzi per sensibilizzare al rischio sismico e comprendere come contenerlo. 

Inoltre sono previsti, in occasione dell’edizione 2020 di “Io non Rischio”, la campagna promossa dal Dipartimento di Protezione Civile in collaborazione con l’INGV e altri partners, dei gazebo informativi nelle piazze di Fivizzano e di Castelnuovo di Garfagnana per sensibilizzare la popolazione e informarla sul rischio terremoto, ovviamente in condizioni di sicurezza per l’attuale emergenza sanitaria.

Per approfondire: https://ingvterremoti.com/2020/09/06/il-centenario-del-terremoto-del-7-settembre-1920-in-garfagnana-e-lunigiana/