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Le antiche rovine della città Maya di Tikal, il fascino coloniale di Antigua, le vette impervie del vulcano Fuego e l’atmosfera magica dei villaggi indigeni sul lago Atitlán. Il Guatemala è un Paese ricchissimo, un crocevia di etnie e tradizioni proprio lì dove le due Americhe si toccano.

Distesa tra l’Oceano Pacifico e il Mar dei Caraibi, la culla dell’antichissima civiltà Maya è oggi un continuo alternarsi dei vivacissimi colori che dipingono i mercati e le facciate delle case e delle coltivazioni di caffè, canna da zucchero e cacao che si sviluppano a perdita d’occhio nelle pianure. E poi le fitte foreste pluviali, i variopinti fiori tropicali, le vette dei numerosissimi vulcani.

Proprio di questi, e delle loro spettacolari benché talvolta disastrose eruzioni, abbiamo parlato con Daniele Andronico, vulcanologo dell’INGV che ci ha guidati alla scoperta della geologia del Guatemala e delle incredibili bellezze che un territorio così ricco è in grado di regalare, che lo si guardi con gli occhi rigorosi dello scienziato o con quelli sognanti del viaggiatore.

Fucina1Daniele, che “assetto” ha l’America centrale dal punto di vista vulcanologico?

L’America centrale è una regione geologicamente molto attiva. Fa parte della Ring of Fire, la Cintura di Fuoco che dalle coste occidentali del continente americano, attraverso l’Oceano Pacifico, arriva fino al Giappone, alle Filippine, all’Indonesia e alla Nuova Zelanda.

In America centrale si incontrano (e scontrano) tre placche tettoniche che, a causa dei movimenti di subduzione e scivolamento a cui sono soggette, generano delle dinamiche che rendono questa regione, e il Guatemala in particolare, una delle più attive al mondo dal punto di vista sismico. Inoltre, questa conformazione della crosta terrestre ha dato origine in quelle aree alla formazione di un arco vulcanico largo tra i 15 e i 20 km che produce un vulcanismo molto vario, prevalentemente esplosivo: include caldere vulcaniche generate da grandi eruzioni, coni basaltici e grandi stratovulcani che, secondo alcune ricerche, negli ultimi 300 anni hanno emesso oltre 16 km3 di vulcaniti.

La tua esperienza come vulcanologo in America centrale ti ha portato prevalentemente alla scoperta del Guatemala. Quali sono i principali vulcani del Paese?

In Guatemala i vulcani sono una parte importantissima del paesaggio e costituiscono una grande attrazione turistica, oltre che una risorsa economica per il Paese. Ma rappresentano anche una seria potenziale minaccia per la vita delle popolazioni maggiormente esposte al rischio vulcanico, che non sono poche... Basti pensare che il Guatemala è un Paese relativamente piccolo, con una superficie pari a circa 1/3 di quella dell’Italia, eppure conta sul suo territorio ben 37 vulcani. Di questi, 22 sono stati attivi negli ultimi 10.000 anni e una decina ha eruttato in epoca storica. Tra i vulcani che negli ultimi 120 anni hanno prodotto un forte impatto sul territorio vi sono quelli attualmente in attività, ovvero il Pacaya, il Santa María e il Volcán de Fuego.Fucina2

Il Pacaya è il vulcano guatemalteco accessibile con maggior facilità e, quindi, anche il più “turistico” tra quelli attivi. Il cono attuale è alto poco più di 2.500 metri ed è nato circa 800 anni fa all’interno della caldera del “vecchio” Pacaya. Sebbene abbia avuto anche lunghi periodi di inattività, dal 1961 lo stile eruttivo di questo vulcano è diventato più simile a quello dell’Etna e soprattutto dello Stromboli: il Pacaya, infatti, produce continue esplosioni stromboliane interrotte periodicamente da colate di lava provenienti per lo più da fratture laterali, con qualche episodio eruttivo più violento che genera delle colonne di cenere alte fino a qualche chilometro. A differenza di quanto accade per i nostri due vulcani, però, circa 10.000 persone vivono in una decina di comunità rurali situate entro 5 km dalla sommità del Pacaya: sono, quindi, fortemente esposte alla minaccia delle eruzioni più energetiche, l’ultima delle quali è avvenuta il 27 maggio 2010. Durante questa eruzione un numero elevato di balistici ha raggiunto un’area estesa fino a 6-7 km di distanza, creando gravi danni alle abitazioni dei villaggi, e uno strato di 2-3 cm di cenere e lapilli ha ricoperto la pista dell’aeroporto internazionale de La Aurora di Città del Guatemala, il principale aeroporto della capitale, situato a oltre 20 km dal vulcano. 

Il Santa María è invece uno stratovulcano di quasi 3.800 metri di altezza che nel 1902 ha avuto una catastrofica eruzione pliniana considerata tra quelle più energetiche al mondo degli ultimi 300 anni. Questa eruzione ha generato una colonna eruttiva che è arrivata a 34 km di altezza; il suo carico di piroclastiti, trasportato dal vento si è poi propagato lateralmente causando caduta di ceneri fino a 4.000 km di distanza. L’impatto più devastante di questa eruzione è però legato al collasso del fianco sud-occidentale del vulcano, durante il quale si stima che abbiano perso la vita oltre 5.000 persone. Oggi su questo fianco, alla base del cratere del 1902, è presente il Santiaguito, un complesso di duomi lavici: la bocca più recente ha prodotto il cosiddetto duomo Caliente, la cui attività consiste in lente estrusioni di blocchi di lava che periodicamente alimentano colate laviche molto viscose. Il Santiaguito è però famoso e studiato in tutto il mondo per la sua attività eruttiva più comune e ordinaria, che consiste in esplosioni di gas e ceneri con una frequenza molto variabile (da poche decine di minuti a qualche ora) che coinvolgono sistemi di fratture disposte in forma anulare sulla cupola del duomo. 

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Il Fuego, infine, è anch’esso uno stratovulcano di quasi 3.800 metri di altezza, dalla forma conica e fianchi ripidi nella porzione più alta dell’edificio. Il Global Volcanism Program dello Smithsonian Institution ne ha documentato oltre 50 eruzioni dal 1524 ad oggi, e tra queste almeno 6 sono state classificate con un VEI (ovvero l’indice di esplosività vulcanica) pari a 4 su una scala che va da 0 a 8, quindi con un’esplosività considerata alta. L’ultima eruzione di VEI 4 del Fuego è avvenuta nel 1974 e ha prodotto una colonna eruttiva di oltre 20 km di altezza, associata a caduta di ceneri su una vasta area ma anche a parziali collassi laterali che hanno causato correnti piroclastiche che si sono incanalate nei barrancas, delle lunghe e strette valli “scavate” sui fianchi del vulcano. All’epoca l’area non era densamente popolata come oggi, per cui l’eruzione causò danni per lo più alle coltivazioni, ma l’impatto maggiore avvenne nelle settimane e negli anni successivi per la mobilizzazione continua di questi materiali piroclastici ad opera delle piogge torrenziali. Negli ultimi 20 anni lo stile eruttivo del Fuego sembra essere cambiato e ad oggi si osserva un’attività stromboliana persistente, con fontane di lava ed esplosioni che sono interrotte da occasionali eruzioni parossistiche di maggiore energia associate a flussi di lava e correnti piroclastiche. L’ultima grande eruzione parossistica del Fuego è avvenuta due anni fa, il 3 giugno 2018.

Oltre a questi tre vulcani principali del Paese, va secondo me ricordata anche la regione dell’Atitlán, con un paesaggio vulcanico tra i più suggestivi al mondo, dominato dal lago omonimo, il lago Atitlán, che occupa una caldera vulcanica di oltre 15 km di diametro. Questa caldera si è formata circa 85.000 anni fa durante una violentissima eruzione che, secondo recenti studi, fu una super eruzione classificata VEI 8, ovvero il massimo nella scala dell’indice di esplosività vulcanica. L’attività vulcanica successiva ha poi “costruito” gradualmente tre vulcani di oltre 3.000 metri di altezza dentro o intorno al lago, ovvero il vulcano Atitlán (che è il più giovane e ha eruttato diverse volte anche nel XIX secolo), il San Pedro e il Tolimán, le cui ultime eruzioni sono invece datate a un’epoca anteriore all’Olocene.

Tra tutti i vulcani guatemaltechi, quali hai avuto modo di studiare più da vicino?

Nel 2018 ho fatto parte di un team multidisciplinare di esperti che, sotto l’egida della Comunità Europea, ha risposto a una richiesta internazionale di aiuto del governo del Guatemala in seguito alla tragica eruzione del 3 giugno del Volcán de Fuego. Questa eruzione ha causato ufficialmente 332 vittime, tra accertati e dispersi, oltre che la distruzione di abitazioni, infrastrutture e aree rurali. La missione è stata organizzata dall’Emergency Response Coordination Center (ERCC), il cuore dell’European Union Civil Protection Mechanism (EUCPM), una sorta di Protezione Civile europea che opera 24 ore su 24 per dare una risposta durante emergenze di vario genere che avvengano dentro o fuori l’Europa, con aiuti economici ma anche assistenza tecnico-scientifica al Paese interessato dalla calamità.

Il team con cui sono partito aveva il compito di supportare le autorità locali, in particolare la Protezione Civile Nazionale del Guatemala (CONRED) e l’Istituto locale che opera la sorveglianza dell’attività sismica e vulcanica e delle catastrofi meteorologiche e idrogeologiche (INSIVUMEH). A noi era stata richiesta assistenza sulla gestione di una rete di stazioni infrasoniche per il monitoraggio dei lahar, ovvero colate di fango dall’elevata potenza distruttiva che sono alimentate dalle piogge torrenziali molto frequenti nelle regioni tropicali e che trasportano a valle per parecchi chilometri grossi volumi di materiali vulcanici (e non solo) con velocità di decine di chilometri orari, e sul potenziamento della sala operativa (che di fatto era inesistente), nonché un parere sulla valutazione degli effetti post emergenza e sulla gestione del rischio nella ricostruzione. 

Al Fuego nel 2018 si è ripetuto in parte quello che era già successo durante l’eruzione del 1974 di cui ho parlato prima, con la differenza che quaranta anni fa il territorio, come dicevo, era scarsamente popolato.

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Inoltre, qualche anno prima di questa esperienza al Fuego, tra il 2011 e il 2012, con dei colleghi della Sezione Roma 1 dell’INGV abbiamo partecipato a una spedizione internazionale finalizzata a studiare l’attività del Santiaguito. Questa esperienza è stata sicuramente molto completa: all’epoca, e fino a pochi anni fa, il Guatemala era considerato un Paese pericoloso (il nostro Ministero degli Esteri in alcuni periodi sconsigliava perfino le partenze) e ricordo che fummo costretti a ingaggiare una scorta armata per svolgere le nostre attività di campagna… Ricordo anche che per raggiungere le aree vulcaniche da studiare abbiamo dovuto fare un trekking ad alta quota, su sentieri molto ripidi, e ci siamo accampati la prima volta ai piedi del complesso di duomi vulcanici del Santiaguito e poi sulla cima del Santa María. Da lì la mattina, quando sorgeva il sole, uscivamo dalle nostre tende poste a 3.800 metri di altezza e ricoperte di ghiaccio e, con delle telecamere termiche e ad alta velocità, registravamo l’attività del duomo Caliente che era sotto di noi, a circa 2,5 km di distanza. Nei giorni successivi abbiamo raggiunto addirittura l’area sommitale del Fuego, e anche qui abbiamo studiato con le nostre telecamere l’attività esplosiva che in quel periodo era particolarmente intensa e frequente.

Sono state esperienze molto intense, non solo dal punto di vista strettamente scientifico, ma anche perché abbiamo avuto la possibilità di interagire continuamente con i colleghi stranieri sia delle dinamiche eruttive sia delle nostre esperienze personali di vulcanologi: le ricordo come delle missioni estremamente interessanti. 

Che livello di consapevolezza c’è, tra la gente del posto, del rischio vulcanico?

Beh, posso raccontare un episodio che sicuramente aiuta a rispondere a questa domanda. Nelle ore e nei giorni successivi all’eruzione del Fuego del 2018 i dati ufficiali del governo del Guatemala parlavano di circa 200 tra morti e dispersi; tuttavia questo numero è stato aumentato a 332 quando un’associazione umanitaria locale, dopo aver intervistato i sopravvissuti della comunità di San Miguel Los Lotes, aveva denunciato la scomparsa di circa 2.900 persone. Questa comunità era cresciuta negli anni sul fianco del vulcano senza che le autorità governative locali fossero in grado di censire correttamente il numero di abitazioni e di abitanti, ed è stata interamente cancellata, sepolta dai depositi piroclastici. Sui quotidiani locali leggemmo delle interviste strazianti rilasciate dai familiari sopravvissuti, che si erano mobilitati, inutilmente, una volta appresa l’intenzione delle autorità di interrompere le operazioni di recupero dei corpi a causa delle precarie condizioni igienico-sanitarie.

Al termine della nostra esperienza lì abbiamo redatto un report dal quale emergeva, tra gli aspetti più rilevanti, proprio l’inadeguatezza del livello di consapevolezza del rischio vulcanico tra la gente del posto. E posso anche dirti che, pur avendo analizzato l’eruzione del Fuego, siamo abbastanza certi che le conclusioni finali cui è giunta la nostra analisi siano spendibili anche per altre aree vulcaniche del Paese. 

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Il Fuego, in particolare, comprende tre dipartimenti, con numerosi comuni rurali e un tasso di povertà molto alto per oltre la metà degli abitanti: la povertà della popolazione è considerata un importante fattore di rischio che si manifesta con una maggiore esposizione e una maggiore vulnerabilità alle calamità naturali, sia per l’assenza o la precarietà di infrastrutture adeguate, sia per la presenza di abitazioni di scarsa qualità costruite con materiali di scarto. Questa situazione, poi, è resa ancor più grave dalle forti carenze educative e sociali e dalla mancanza di politiche di pianificazione del territorio: il fatto stesso che nel 2018 il villaggio di San Miguel Los Lotes non fosse noto alle autorità locali dà la misura esatta del problema… 

Un altro aspetto interessante in questo senso, e di cui ci siamo resi conto lavorando lì, è che la comunicazione tra la Protezione Civile locale e l’Istituto che si occupa della sorveglianza sismica e vulcanica era scarsa, così come estremamente carente era quella che queste due Istituzioni attuavano nei confronti della popolazione.

Quindi, per rispondere alla domanda, il livello di consapevolezza del rischio vulcanico in Guatemala purtroppo non è assolutamente all’altezza dell’effettiva pericolosità dei vulcani che ospita.

C’è qualcosa che, a livello personale, ti ha colpito maggiormente della cultura guatemalteca?

Sì, moltissime cose… Prima ancora che per lavoro, nel 2007 sono stato circa un mese in vacanza in Guatemala, quindi ho avuto la fortuna di vivere e visitare il Paese sia da turista che da scienziato. Uno degli aspetti più belli del Guatemala è senz’altro la natura, che è tra le più ricche al mondo.

C’è una fauna molto varia: è facile avvistare delle aquile e imbattersi in tante specie diverse di farfalle, ma l’incontro che non dimenticherò mai è stato quello con un serpente velenosissimo su La Canaleta, un sentiero molto ripido per raggiungere la base del duomo Caliente.

Anche la flora è estremamente ricca, grazie alla grande varietà di habitat presenti nel Paese, ma anche al clima tropicale favorevole: si passa da boschi foltissimi a foreste pluviali vergini, con tantissime varietà di fiori. Ci sono estesissime coltivazioni di caffè, piantagioni di vario tipo tra cui quelle di avocado, un alimento ampiamente utilizzato nella cucina locale.

Non posso poi tralasciare tutto quello che mi ha lasciato l’escursionistica, con i sentieri che abbiamo percorso per raggiungere i tre vulcani su cui abbiamo lavorato che sono straordinari, molto faticosi ma capaci di aprirti davanti dei paesaggi mozzafiato.

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Per quanto riguarda più strettamente la cultura locale, invece, non posso dimenticare l’allegria dei portatori che avevamo “ingaggiato” nel 2011: percorrevano questi sentieri scoscesi e fangosi con scarpe modestissime rispetto ai nostri scarponi, trasportando sacchi di tela pesantissimi pieni di cibo e attrezzature scientifiche legati alla testa con una sorta di fasciatura.

Il Guatemala è famoso anche per i variopinti mercatini locali, per gli abiti tradizionali indossati dalla popolazione: anche in questo caso le varietà sono tantissime, basti pensare che ognuno dei 22 dipartimenti del Guatemala è caratterizzato da dei colori tipici… I prodotti dell’artigianato locale, tessuti e borse su tutti, sono coloratissimi.

Il Paese è poi la terra dei Maya, quindi come non citare la zona delle piramidi di Tikal, la più estesa delle antiche città in rovina della civiltà Maya: è veramente suggestiva. Tra l’altro in Guatemala sono ancora molto sentite delle cerimonie, come riti e processioni, che derivano proprio da quelle dell’antica civiltà perduta e che oggi convivono e coesistono insieme alla fortissima cultura cattolica.

Sicuramente, però, dalla cultura guatemalteca emerge anche il passato più “recente” del Paese, quello della dominazione spagnola che ha lasciato delle tracce nell’architettura e negli edifici di epoca coloniale: anche le città più piccole sono infatti organizzate attorno alla classica piazza centrale in cui sono presenti la chiesa e il municipio. 

Le persone sono generalmente molto allegre e amichevoli, la maggior parte della popolazione è composta da indigeni, detti anche “nativi”, i discendenti più diretti degli antichi Maya. Le etnie sono tantissime: nel Paese si parlano oltre 20 lingue! Questa cordialità della gente locale ha fatto sì che durante le esperienze di lavoro potessimo stringere una bella amicizia con Armando, la nostra guida vulcanologica sul posto che mi fa sempre piacere ricordare e che abbiamo poi invitato anche qui in Italia, a Stromboli: lo scorso anno è stato ospite per un paio di settimane a casa mia, qui a Catania. 

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L’emergenza da Covid-19 ha avuto impatto sulla tua vita da ricercatore?

Beh sicuramente, come sulla vita di tutti. L’elemento più evidente per noi ricercatori è stato forse l’impossibilità di viaggiare per partecipare a conferenze internazionali che per la prima volta si sono tenute interamente online, o non si sono svolte affatto… Tra queste ricordo ad esempio il Cities on Volcanoes che si sarebbe dovuto tenere a Creta, in Grecia, e che invece è stato annullato e rinviato direttamente al 2021.

In questo senso, quindi, l’impatto maggiore questa situazione l’ha avuto nel rendere di fatto impossibile il parlare in presenza con le persone, con i colleghi ricercatori: ci siamo ritrovati a fare tantissime riunioni in chat e da remoto, ma alla lunga questa modalità stanca, l’essere davanti allo schermo di un PC aumenta di molto il rischio di distrarsi, di perdere più facilmente l’attenzione e di interagire molto meno e con minore efficacia. 

Una volta terminata questa fase, hai già in programma di tornare in Guatemala?

Eh, bella domanda! La speranza è senz’altro che si possa tornare a viaggiare in sicurezza quanto prima.

Noi abbiamo in piedi una collaborazione con dei colleghi americani, quindi sì, mi piacerebbe sicuramente ritornare in Guatemala, magari anche nell’ambito di convegni internazionali proprio per riprendere quello scambio interpersonale a margine delle discussioni scientifiche che per chi fa il mio mestiere è altrettanto importante e interessante.

In Guatemala c’è una città bellissima patrimonio dell’Unesco, Antigua, la vecchia capitale distrutta da un terribile terremoto nel 1773: è incastonata tra tre vulcani (il Fuego, l’Agua e l’Acatenango) e si presta perfettamente come palcoscenico di conferenze scientifiche internazionali. Chissà che in futuro non si possa realizzare questo sogno…