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Le conseguenze del cambio climatico per lo stato dei Poli continuano a destare forte preoccupazione. Vista da lì, come appare la situazione? Lo abbiamo chiesto al Professor Carlo Barbante, ordinario di Chimica analitica all'Università Ca' Foscari di Venezia e Direttore dell’Istituto di Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Impegnato in prima linea in un lavoro senza precedenti per gli studi di paleoclimatologia, il Professor Barbante questo mese è ospite del nostro salotto virtuale.

Professore, quando è nata in lei la passione per la scienza?

ospite donoreLa mia passione per la scienza è nata già da bambino. Ho avuto modo di ricordarlo recentemente, quando ho ritrovato la pagella della quinta elementare e, con stupore, ho letto che il maestro aveva indicato la mia spiccata propensione e simpatia per le attività scientifiche. 

Qual è il risultato scientifico di cui va maggiormente fiero?

Sicuramente l’aver saputo applicare le tecnologie analitiche più sofisticate all’analisi delle carote di ghiaccio, attività che fino ad alcuni decenni fa era considerata pionieristica.

Questo risultato ha rappresentato un enorme passo in avanti per la comunità scientifica.

Le conseguenze del cambio climatico per lo stato dei Poli continuano a destare forte preoccupazione. Vista da lì, come appare la situazione?

Vista dai Poli la situazione è molto più grave di quanto si possa pensare. I Poli sono vere e proprie sentinelle del cambiamento climatico e l’Artico, in particolare, sta perdendo enormi quantità di ghiaccio a causa dell’aumento delle temperature. Anche l'Antartide, che fino a una ventina di anni fa era considerato in uno stato stazionario, sta subendo la stessa sorte, con una preoccupante fusione dei ghiacci che contribuisce all’innalzamento del livello del mare.

Le informazioni presenti negli archivi glaciali sono fondamentali. Cosa ci dicono e perché sono così importanti?

Gli archivi glaciali rappresentano probabilmente il miglior archivio paleoclimatico in quanto conservano al loro interno sia le informazioni legate alle forzanti climatiche, cioè alle concentrazioni di polvere o alle variazioni di gas serra in atmosfera, sia quelle relative agli effetti dell’aumento delle temperature e alle variazioni delle precipitazioni. Avere forzanti ed effetti del cambiamento climatico nello stesso archivio è qualcosa di straordinario per chi studia il cambiamento del clima.

Ha partecipato a numerose spedizioni di prelievo in aree polari, tra queste quella relativa al progetto Beyond Epica - Oldest Ice. Quali sono stati i principali obiettivi portati a termine dal team nella recente missione?

Beyond Epica - Oldest Ice è un progetto appena iniziato, andremo avanti nei prossimi quattro anni nella perforazione della calotta Polare con l’obiettivo di raggiungere ghiaccio risalente a un milione e mezzo di anni fa. Per far ciò abbiamo oltre 2,7 chilometri di ghiaccio da esplorare.

In questa missione abbiamo terminato l'installazione della tenda di perforazione, una struttura lunga quasi 30 metri e larga 8. Si tratta di una cupola ospitante il carotiere che dovrà scendere fino a 2,7 chilometri. Al suo interno è presente tutta la linea di trattamento del campione per analizzare i cilindri di ghiaccio estratti. Quest'anno abbiamo perforato fino a 130 metri di profondità, il che significa andare indietro nel tempo per alcune migliaia di anni; è solo l’inizio ma l’obiettivo era proprio quello di preparare tutta la strumentazione per le stagioni a venire.

Nell'estate antartica le condizioni meteo sono meno proibitive ma nonostante la passione di scienziati e ricercatori, a volte è davvero dura. Insieme al suo gruppo, ha lavorato da inizio dicembre a un'altitudine di 3.233 metri sul livello del mare a più di un chilometro dalla costa, dove le temperature medie sono di -35 °C. Che significa lavorare in queste condizioni?

Sono condizioni estreme sia per l’altitudine che per le temperature. La grande differenza in questi casi è data dalla presenza del vento che riduce sensibilmente il calore del corpo rendendo, così, il lavoro più difficoltoso.

Le conoscenze sui cambiamenti climatici sono fondamentali per fronteggiare il cambio climatico globale. I dati mostrano che le temperature non si arrestano. Quali scenari possiamo aspettarci? È una tendenza che si può invertire?

Gli scenari per il futuro li abbiamo appresi dallo studio delle carote di ghiaccio e di altri archivi climatici del passato, attività che permette di inserire in una prospettiva corretta quello che sta accadendo oggi e quello che accadrà domani. Dobbiamo aspettarci aumenti di temperatura più o meno elevati, a seconda degli scenari di emissione di gas serra in atmosfera, principali responsabili del riscaldamento globale.

Gli scenari peggiori ci portano addirittura ad aumenti che, a fine secolo, possono salire di 4 - 5 gradi centigradi. Ciò comporterebbe effetti devastanti, il più immediato ed eclatante è l’innalzamento del livello del mare che può arrivare fino a un metro a causa della parziale fusione delle calotte polari. Bisogna anche tener conto di eventi che ad oggi conosciamo poco, come quelli definiti “poco probabili ma possibili”, legati, per esempio, a un collasso della calotta antartica occidentale, avvenimento che potrebbe causare un innalzamento del mare di oltre tre metri. 

Ecco perché è necessario conoscere in maniera dettagliata e approfondita ciò che accade nel sistema climatico attraverso la ricerca scientifica.

Cosa si augura accada nei prossimi anni, che possa arginare la crisi del clima?

Mi auguro ciò che mi sono sempre augurato negli ultimi trent’anni, cioè che i nostri governi mondiali aprano gli occhi su quello che non è più un cambiamento ma che ormai è una crisi climatica che ci sta rapidamente travolgendo.

Le concentrazioni di CO2 nell’atmosfera sono le più alte di sempre. Servono investimenti e azioni contro la crisi. Da cosa sono dovute queste alte concentrazioni e cosa può contrastarle?

Il ghiaccio intrappola piccole bolle d’aria attraverso le quali è possibile ricostruire le concentrazioni di anidride carbonica nel tempo. Gli studi hanno dimostrato che in passato la presenza di gas serra è sempre oscillata entro determinati parametri ma, a partire dalla Rivoluzione Industriale, è aumentata drammaticamente. Questo a causa dell’impiego di combustibili fossili come olio, carbone e gas. Ecco perché non basta monitorare questi cambiamenti ma è necessaria una drastica riduzione delle emissioni e delle combustioni.

Quali sono le conseguenze globali della fusione dei ghiacciai?

I ghiacciai fondono ad una velocità rapidissima contribuendo direttamente all’innalzamento del livello del mare. Oltre alle zone polari, dobbiamo considerare la fusione dei ghiacci delle Alpi, dell’Himalaya e dell’India, così come quelli della Groenlandia. Basti pensare che nella sola Groenlandia la fusione avviene ad un ritmo di circa 420 piscine olimpioniche al minuto. Ciò contribuisce ad un innalzamento del livello del mare distribuito a livello globale di quasi 5 millimetri l’anno. Se consideriamo che fino agli anni Novanta questa velocità era di circa 2 millimetri nell’arco dello stesso periodo, ne abbiamo più che duplicato i tempi. L’allarme è elevato. 

Come si traduce questo scenario per le popolazioni che vivono sulle coste?

Si traduce in modo drammatico. Ci sono atolli del Pacifico già fortemente influenzati dall’innalzamento del livello del mare e anche le nostre coste sono estremamente vulnerabili.

Se consideriamo che l’aumento nel corso degli ultimi 120 anni è stato di oltre 20 centimetri e che alcuni eventi naturali come le tempeste e le mareggiate si stanno estremizzando, comprendiamo come le coste siano a rischio, così come le popolazioni che le abitano.

Per concludere, da scienziato cosa si augura per il sistema della ricerca in questi ambiti?

Mi auguro una maggiore consapevolezza da parte del sistema di decisione politica per quanto riguarda le scienze di base, in quanto ci sono ancora molti meccanismi da comprendere, e auspico che la ricerca scientifica definisca nuovi approcci per il mitigamento delle cause alla base del cambio climatico.