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DURBAN – La situazione sul clima.

8/12/2011 - di Sonia Topazio


Riuscirà il Protocollo di Kyoto a sopravvivere oltre il 2012? Se lo chiedono con  una certa angoscia le migliaia di delegati e osservatori venuti in Sud Africa per partecipare alla diciassettesima conferenza mondiale sul clima organizzata dalle Nazioni Unite. La risposta, a due giorni dalla conclusione del lungo vertice iniziato il 28 novembre scorso, sembra proprio negativa. Molto probabilmente l'ennesima conferenza climatica si concluderà senza un accordo sul futuro del trattato che dovrebbe garantire, nei prossimi decenni, la riduzione delle emissioni dei gas che riscaldano l'atmosfera e alterano il clima.
Il tormentato Protocollo di Kyoto, nato nel 1997 e giunto ormai a scadenza, avrebbe dovuto essere rinegoziato e rilanciato per il periodo che va dal 2012 al 2020. Nella prima fase di attuazione, cioè dal 1997 a oggi, il trattato si proponeva di ridurre le emissioni globali di anidride carbonica e degli altri gas serra del 5,2%, sotto il livelli del 1990, anno scelto come base di partenza. In questo modo, secondo le opinioni dei climatologi che avevano supportato questa decisione, si sarebbe impedito alle concentrazioni dei gas serra in atmosfera di superare quel limite oltre il quale il sistema climatico avrebbe potuto subire danni irreparabili.
Ma in realtà, come ammoniscono gli stessi esperti, per evitare la "febbre del pianeta" bisognerà fare molto di più: e cioè porsi l'obiettivo di tagliare almeno il 50% delle emissioni entro la metà del nostro secolo. Per questo, esaurita la prima fase di attuazione del Protocollo di Kyoto nel 2012, era lecito aspettarsi un passo avanti molto più deciso nella strada della 'decarbonizzazione energetica", attraverso la rinuncia progressiva all'uso degli idrocarburi e delle altre pratiche responsabili di immettere gas serra in atmosfera; e anche attraverso un rilancio di tutte le forme di energia rinnovabile, di risparmio e di efficienza. 
Tutti questi buoni propositi si sono infranti nelle ultime conferenze climatiche; ora anche questa in corso a Durban sta per chiudersi con un sostanziale nulla di fatto. I grandi inquinatori mondiali: Stati Uniti e Cina, continuano a restare fuori dagli attuali impegni di Kyoto e scaricare l'uno l'altro la responsabilità dei ripetuti fallimenti per il rilancio del trattato.
Nei giorni scorsi aveva suscitato qualche speranza l'annuncio della delegazione cinese di accettare impegni vincolanti alla riduzione dei gas serra a partire dal 2020, a patto di un parallelo impegno degli Stati Uniti. Questi ultimi, tuttavia, attraverso il loro capo delegazione Todd Stern, hanno respinto la proposta cinese indicandola come dilatoria e inconcludente. In realtà, i maggiori emettitori mondiali non hanno alcuna intenzione di sottoporsi a un calendario di tagli alle emissioni che sia legalmente vincolane e che li sottoponga a eventuali sanzioni in caso di inadempienza.
L'unica speranza che il vertice di Durban dia qualche risultato parziale sta nella attivazione di un Green Climate Fund, destinato a promuovere lo sviluppo sostenibile nei Paesi più poveri. Per il resto la strada delle riduzioni delle emissioni di gas serra sembra ormai affidata alle azioni volontarie e all'impegno unilaterale europeo di portare a compimento l'annunciato programma "20-20-20", cioè di raggiungere entro il 2020 il triplice obiettivo di abbattere le emissioni del 20%, incrementare le rinnovabili e l'efficienza energetica di un'analoga percentuale. Troppo poco per fermare la febbre della Terra che, secondo i più pessimisti, porterebbe la colonnina del termometro a crescere di altri 3 gradi centigradi entro la fine del secolo.
“Non è intenzione del mio paese di mettere a rischio la sopravvivenza del protocollo di Kyoto, dice Corrado Clini, Ministro dell’Ambiente, l’Italia è pronta a fare la sua parte”.
Il Ministro parla di economia verde: “L’Italia,  deve  rappresentare una transizione verso una struttura che ci permetta una cooperazione rafforzata globale per la riduzione delle emissioni e per accelerare in tutto il mondo la via verso un'economia verde che, oltre alla protezione del clima, promuova lo sviluppo sostenibile e contribuisca allo sradicamento della povertà nel mondo. Tale cooperazione deve essere inquadrata in modo da offrire opportunità a tutti i paesi, indipendentemente dalla struttura della loro economia e il loro livello di sviluppo”.

“Per questo motivo, continua Clini, la transizione deve terminare con un quadro giuridicamente vincolante, compresi gli impegni di mitigazione in particolare per tutte le principali economie, in linea con il principio delle responsabilità comuni ma differenziate e delle rispettive capacità. Non ci sono scuse per non approvare una tabella di marcia qui a Durban, conclude il Ministro italiano”.