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Intervista a TITTI POSTIGLIONE

(Coordinatrice dell’Ufficio per il Servizio civile universale del Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale della Presidenza del Consiglio dei Ministri)

Dopo anni trascorsi sempre nella “prima linea” dell’emergenza nazionale, da qualche tempo è iniziata un’avventura meno pressante, almeno dal punto di vista dei tempi di vita.

Qual è il ricordo più emozionante dell’esperienza in Protezione Civile?

I ricordi sono tantissimi e ogni ricordo è un’emozione. Tutte diverse: drammatiche, commoventi, tenerissime, intense, comunque mai banali. Due su tutte quelle indimenticabili a carattere personale: la prima, il giorno della mia assunzione come contrattista a tempo determinato al Dipartimento, il 1 luglio di 20 anni fa, sotto la guida del “Professore”. Franco Barberi, il vulcanologo di fama mondiale di cui conoscevo tutti gli studi, le pubblicazioni, i libri, stava disegnando un nuovo Dipartimento popolato anche da giovani geologi, ingegneri, architetti affinché portassero competenza ed entusiasmo in un sistema di protezione civile che sempre più aveva bisogno di rapportarsi e confrontarsi con il mondo della comunità scientifica. E la seconda, in quel lontano 2008, quando Guido Bertolaso mi nominò Capo della Sala Situazioni Italia, un luogo unico e straordinario che riunisce tutte le strutture operative nazionali per monitorare h24 ciò che di rilevante accade nel nostro Paese, grazie ad una fittissima rete di rapporti e un consolidato sistema di procedure. E poi due sue tutte le emozioni “sul campo”, indelebili tracce che hanno cambiato per sempre la geografia del mio cuore: le 27 bare bianche delle piccole vittime del terremoto di San Giuliano di Puglia nel 2002 e i 4 bambini tratti miracolosamente in salvo dalle macerie dell’hotel Rigopiano travolto da una valanga nel 2017.  

Tra i molteplici obiettivi, i progetti di Servizio Civile sono diretti alla promozione della solidarietà e della cooperazione. Come “rispondono” i giovani a questi indirizzi che possono sembrare poco “cool”?

Innanzitutto rispondono in tanti: mentre stiamo parlando, sono 50.000 i ragazzi impegnati in quasi 6.000 progetti di servizio civile che interessano tutte le aree del nostra penisola e 68 Paesi dei cinque continenti. E ciò che unisce chi opera nel settore dell’assistenza a chi si occupa di beni culturali o di ambiente, chi segue attività di cooperazione all’estero a chi partecipa ad iniziative di protezione civile o di educazione è la passione e l’impegno per l’altro, per i territori, per le comunità, per il bene comune. I giovani, spesso molto meglio di noi adulti, colgono il senso vero ed autentico della solidarietà che è “prendersi cura” di ciò che è altro da sé e farsene carico, spontaneamente e con responsabilità.

Il Servizio Civile si ripromette di lavorare con i giovani per costruire un futuro diverso, anche per la salvaguardia e la tutela del nostro patrimonio culturale, ambientale e di protezione civile. L’esperienza ultradecennale trascorsa proprio in Protezione Civile può servire a convogliare le energie e l’attenzione verso problematiche anche poco note dove il Paese è più fragile?

Una delle attività più interessanti ed entusiasmanti che sto seguendo in prima persona è proprio un programma d’intervento pilota di servizio civile in protezione civile. I due Dipartimenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, insieme a Regioni, Province Autonome, ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) ed enti di servizio civile, stanno costruendo un progetto speciale che vedrà impegnati i ragazzi in attività di comunicazione del rischio e di informazione sui Piani di protezione civile. Purtroppo il nostro Paese, così vulnerabile ed esposto a tanti rischi diversi, paga ancora ritardi decennali sui temi della consapevolezza e della cultura del rischio. Anche la macchina più efficiente di risposta alle emergenze può poco se i territori non si occupano quotidianamente di prevenzione e se i cittadini non si sentono attori protagonisti in questo campo, a partire dalla conoscenza di cosa si può fare da subito e da soli per ridurre i rischi cui è esposta la propria abitazione, fino ai comportamenti giusti da adottare in caso di calamità. La protezione civile è percepita ancora troppo poco come un diritto-dovere anche del singolo cittadino. Allo stesso modo sono ancora numerose le istituzioni che non hanno tra le proprie priorità questi temi che sono strategici non solo per il nostro futuro ma anche per il nostro presente.

Conoscenze tecnico-scientifiche, tanta “fatica” ma soprattutto sensibilità personale. Quale lato del tuo carattere è più coinvolto nel lavoro che svolgi ogni giorno?

Tutte queste cose messe assieme. La competenza, che magari ci si è costruita in anni di studio e di esperienze, da sola non basta se ogni giorno non ci si rimbocca le maniche nella convinzione che c’è ancora tanto da fare e da imparare. Senza passione non si va da nessuna parte, ma serve altrettanto impegno, che è appunto fatica quotidiana, lavoro, gioco di squadra. Senza mai dimenticare che un professionista è innanzitutto una persona. Mi viene quasi da sorridere quando mi si chiede: come si fa in emergenza a mettere da parte i sentimenti per rimanere lucidi e pensare solo all’obiettivo da raggiungere? La mia risposta è sempre la stessa: i sentimenti non si mettono da parte, perché sono il fine ultimo delle tue scelte, sono ciò che deve ispirare le tue azioni, sono la fiamma che alimenta la tua volontà e la tua tenacia, e che riesce a non farti mollare mai, anche quando magari la testa e la razionalità ti direbbero che è ora di demordere. È il cuore che guida la testa e, in uno strano e magico gioco di equilibrio, la testa riesce poi a governare il cuore. Entrare in sintonia e in empatia con ciò che si sta facendo, con le persone con cui si lavora, con i destinatari della tua azione, credo sia la “missione” di ogni funzionario dello Stato, qualunque sia il settore in cui opera.

Nella tua esperienza nella Protezione Civile hai conosciuto persone e luoghi particolari che, per la loro fragilità, hanno bisogno di comprensione e tutela. Può il Servizio Civile intervenire per portare l’azione dello Stato sotto un’ottica diversa?

Sì, senza ombra di dubbio. Il servizio civile è difesa della Patria ed è un modo “gentile”, perché volontario e perché prestato da cuori giovani, per “stare accanto” alle comunità più sofferenti. Non a caso è ormai consuetudine che, terminata la fase di prima emergenza, i territori colpiti da calamità chiedano progetti di servizio civile che garantiscano una “permanenza” dello Stato sulle aree colpite, che accompagni lo sforzo della popolazione teso alla rinascita e alla ricostruzione, non solo delle case e delle attività, ma soprattutto delle anime e delle aspirazioni di chi in molti casi ha perso tutto.

Ritieni che le giovani generazioni abbiano una maggiore o una minore sensibilità rispetto al passato sui temi della prevenzione, dell’emergenza e del volontariato legato alle calamità naturali?

Difficile un confronto con il passato per tutta una serie di motivi. Sicuramente i giovani di oggi quando vogliono hanno molte più possibilità per informarsi e per conoscere senza la necessità di intermediari, indispensabili invece per la nostra generazione. Sull’emergenza non credo ci siano molte differenze. Gli Italiani sono sempre stati sensibili ai disastri, una volta avvenuti, e sempre lo saranno. E in quei momenti riescono a tirare fuori il meglio di sé. Sulla prevenzione purtroppo c’è ancora tanto, troppo da fare. Fino a che per un giovane avere un piano di protezione civile in tasca non sarà tanto importante quanto disporre di un airbag nell’auto appena comprata andremo poco lontano. Sul volontariato il discorso è diverso: meno generalista rispetto al passato ma anche più esigente e consapevole.

Con l’istituzione del Servizio Civile Universale, lo sguardo degli interventi è di più ampio respiro. L’esperienza dei ragazzi in posti nuovi e, a volte, molto diversi dal loro vissuto è sempre positiva. Qual è il progetto più “ardito” che trovi sia davvero emozionante realizzare?

Far sentire i 50.000 ragazzi che stanno svolgendo servizio civile componenti di un’unica squadra che sta difendendo il proprio Paese. Non un insieme di singoli soggetti impegnati in meravigliosi progetti che nascono e muoiono in un anno e in un determinato territorio, bensì tessere di un mosaico più ampio dove ciascuno è importante, anzi essenziale, ma acquista senso solo nella visione del disegno comune. È un progetto ardito che se perseguito con pazienza può essere alla nostra portata. Dal coordinamento della Sala operativa della Protezione Civile al coordinamento di un sistema composto da Stato, Regioni, Province Autonome, Enti e ragazzi.

Quali sono le doti che una persona che vive l’emergenza h24 deve necessariamente possedere? E quali sono, invece, quelle che occorrono ad un “direttore d’orchestra” di strumenti così variegati tra loro?

Alla fine non sono sistemi tanto diversi. In entrambi i casi i musicisti sul palco sono tanti e nonostante la straordinarietà dei solisti la differenza la fa proprio il direttore d’orchestra. Certo, in protezione civile il fattore tempo è tutto, quindi tra le doti più importanti c’è sicuramente la capacità di decidere con rapidità, consapevoli che non si può compiere la scelta migliore in assoluto ma bisogna individuare quella che sembra, con una buona probabilità, la più giusta in quel contesto e nel tempo dato. Per il servizio civile, come per tanti altri pezzi strategici del nostro sistema Paese, conta più la capacità di programmare che quella di agire con tempestività. E in questo caso la differenza la fa la visione di medio-lungo periodo.

Tempo fa il Servizio Civile era un escamotage per evitare la leva obbligatoria. Ora, invece, la partecipazione al progetto è esclusivamente volontaria. Cosa attira i giovani a “dedicare” il proprio tempo in maniera così intensa?

In molti il desiderio di fare qualcosa per gli altri, in tanti la voglia di investire su un percorso personale di formazione e di crescita, in altri ancora l’esigenza del momento di trovare un modo per affrancarsi dalla propria famiglia e conquistare un po’ di autonomia. Ma la cosa più straordinaria è che qualunque sia la motivazione che spinge il ragazzo a scegliere il servizio civile ciò che si porta poi a casa è un’esperienza personale e professionale che gli cambia la vita. Con la consapevolezza di avere cambiato in parte anche la vita degli altri.

In una recente intervista hai detto che, finalmente, si è introdotta una prima forma di riconoscimento e valorizzazione delle competenze acquisite dai ragazzi con il Servizio Civile. Dando attuazione al D.Lgs. n. 40/2017, ora i partecipanti al Servizio Civile ricevono un attestato che rappresenta le competenze acquisite e la formazione generale e specifica ricevuta. La formazione è un buon appeal del Servizio Civile?

Un ottimo appeal. Sono rari gli esempi di strumenti come il servizio civile che mettono a disposizione di giovani periodi così lunghi ed intensi di formazione, formazione che peraltro non si esaurisce nelle ore ad essa dedicate ma che invece permea tutto il periodo di servizio, in un percorso di “apprendimento non formale” unico nel suo genere.

Secondo te è possibile portare la progettualità del Servizio Civile nel mondo della ricerca scientifica, in una visione meno “operativa” e più di “studio”?

Sì. Ci sono innumerevoli modi per servire il proprio Paese e per difendere la Patria. Uno di questi è contribuire alla crescita della cultura e della conoscenza. E la ricerca scientifica ne è palestra fondamentale. Con un’unica accortezza da parte degli enti e delle istituzioni che ideano e realizzano i progetti. Ai volontari di servizio civile deve essere garantita un’opportunità che ha pochi eguali: ricevere e dare devono trovare il loro perfetto equilibrio e per ogni ragazzo che ha voglia di dedicare tempo, intelligenza, competenza e passione ci deve essere un adulto, con la stessa passione, che lo accompagni e lo guidi, convinto che quel tempo sia un tempo ben speso.