BETA

VERSIONE BETA     

mare
  IntervistePercezioneRischio Fig. 1. La distribuzione delle interviste effettuate MacheraDati I dati nell’interfaccia di elaborazioneRiskPerception1

 I dati sulla pericolosità delle ondeRiskPerception2

Le fonti di informazione

Nel 2018 il CAT-INGV ha realizzato una ricerca pilota sulla percezione del rischio tsunami, allo scopo di raccogliere dati empirici sulla comprensione e la percezione dello tsunami; valutare come i cittadini percepiscono tale rischio; migliorare la diffusione dell’informazione e dei messaggi di allerta; migliorare le strategie e le attività di comunicazione scientifica e divulgazione.

La ricerca pilota è stata realizzata su un campione di 1021 intervistati, rappresentativo dell’universo dei residenti nei comuni costieri di due regioni italiane: Puglia e Calabria, storicamente più esposte a questo tipo di fenomeni. Una ricerca sull’intera popolazione costiera italiana (oltre 16,7 milioni di persone), avrebbe richiesto un campione molto più ampio.

Un dato di grande interesse è che gli intervistati attribuiscono un significato diverso alle parole “tsunami” e “maremoto”, che in realtà indicano lo stesso tipo di fenomeno. La parola “maremoto” è associata al terremoto (50% dei rispondenti), poi alla grande onda (35,4%) alla mareggiata (23,7%) al ritiro delle acque e al mare mosso (9,4%), mentre la parola “tsunami” è anzitutto associata all’immagine di una grande onda (60,8%), e molto meno al terremoto (35,4%) alla mareggiata (17,9%) e al ritiro delle acque. (15,5%).

La preferenza tra la parola “maremoto” e "tsunami" rappresenta un aspetto molto importante: la parola “maremoto” risulta essere più familiare e comprensibile per le donne, per gli ultracinquantenni e tra chi non ha alcun titolo di studio o ha conseguito la licenza elementare. La parola tsunami è, invece, preferita dagli uomini e dai laureati, sebbene con percentuali solo leggermente più alte rispetto alla media.

Le risposte degli intervistati evidenziano che le loro idee su questo fenomeno sono fortemente influenzate dalle immagini dei grandi tsunami come quelli di Sumatra e del Giappone Nord-Orientale, che hanno avuto una grande visibilità nei media. Gli intervistati però non conoscono altrettanto bene i segnali che anticipano lo tsunami (innalzamento o ritiro delle acque, forte rumore), non credono che i grandi tsunami possano avvenire anche nel bacino del Mediterraneo (l’ultimo ad Amorgos, in Grecia, nel 1956), e non considerano pericolose inondazioni di “soli” 50 cm, che pure possono far annegare un uomo adulto.

 In alcune zone la percezione del rischio è stata più alta della media, ad esempio nei comuni della Calabria Tirrenica i dati legano il più alto livello di preoccupazione per gli tsunami alle attività vulcaniche. Un’analisi più approfondita sulle zone costiere da Villa San Giovanni a Cirò Marina, che hanno subito gli effetti più gravi dello tsunami maremoto di Reggio e Messina del 1908, evidenzia che a distanza di centodieci anni, la memoria storica dell’evento influenza non solo la percezione del rischio, ma la capacità di definire in modo più preciso gli effetti specifici del fenomeno (caratterizzazione del rischio).

Questi dati sono legati in maniera evidente alle fonti di conoscenza utilizzate: nelle aree costiere delle due regioni, nove persone su dieci (89.4%) hanno, infatti, utilizzato la televisione (telegiornali o documentari scientifici), poco più di un terzo (35,2%) fanno riferimento ai giornali, due su cinque ai libri o ai documentari scientifici (rispettivamente 21,3% e 21,2%), e poco più di una persona su sei (17,5%) utilizza Internet. Da un’analisi più approfondita dei dati emerge che per le persone che vivono lungo il litorale tirrenico della Calabria e quelle nel litorale Ionico, la più alta percezione del rischio si associa alla tendenza ad approfondire utilizzando più fonti, soprattutto tra le persone con alti livelli di istruzione.

 A oggi, due terzi del campione (65,1%) ritengono possibile l’allertamento rapido dei cittadini a caso di tsunami e più della metà (51,9%) ritiene - a ragione - che questo compito spetti alla Protezione Civile.

La ricerca ha mostrato alcuni aspetti fondamentali: le idee degli intervistati sugli tsunami non sono sbagliate ma solo incomplete, perché si tende a immaginare che tutti gli tsunami siano come quelli avvenuti in Indonesia (2004) e in Giappone (2011), eventi che tutti hanno conosciuto soprattutto attraverso le immagini della televisione. In questo modo si rischia di trascurare la possibilità che accadano eventi più piccoli (e molto più probabili) ma potenzialmente pericolosi. Nell’attesa del grande evento catastrofico si rischia perdere di vista l’impatto di questi piccoli maremoti, le cui onde arrivano a velocità molto elevate (anche superiori ai 5 metri al secondo) in grado di trascinare in mare una persona adulta o spostare per decine di metri veicoli pesanti come automobili, camion e imbarcazioni.

La ricerca ha evidenziato la necessità di utilizzare diversi mezzi per allertare la popolazione, tenendo conto dei canali effettivamente disponibili e delle situazioni che potrebbero rendere difficile ricevere questi messaggi per alcune categorie di persone.

Lo tsunami è un evento poco frequente e poco familiare ma la conoscenza può salvarci la vita: avere un quadro generale ma chiaro della minaccia e delle azioni da fare è fondamentale, e permette di prendere le decisioni giuste per tutelare la propria incolumità e quella dei propri cari.